Perchè dovresti partecipare ad un ballo alla Venaria Reale

Non pensare di essere capitato nella recensione di una delle serie tv più in voga al momento come Bridgerton, Sanditon o qualsiasi altro period drama stile Jane Austen. Ti sei mai chiesto come facessero a indossare quei bustini così stretti o tenere in testa il peso di quelle acconciature così esuberanti? Non potrò di certo venirti a prendere con la mia carrozza ma vorrei invitarti a sedere sul tuo comodo divano e visitare una location che ti farà catapultare in un’altra epoca. 

Se stai pensando alla solita Versailles, Parigi o Venezia, mi stai sottovalutando. Ti porto nel mio amato Piemonte a pochi chilometri da Torino (capoluogo di regione). La mia scelta è ricaduta su Venaria Reale, una vera Reggia con la R maiuscola. Non ti sembra un luogo abbastanza regale? Inizio col dire che nel 1997 la Venaria e le residenze reali sabaude sono diventate Patrimonio dell’Unesco. Infatti, l’architettura in stile Barocco è stata la ciliegina sulla torta ad incoronare tutto il suo splendore.

Come mamma ti ha insegnato, è sempre meglio portarsi dietro una bottiglia d’acqua. Infatti questo complesso architettonico è una vera e propria città in miniatura! La funzione originaria era quella di essere una residenza di caccia ma, per non farsi mancare nulla, il progetto comprendeva il Palazzo (la famosa Reggia di Venaria), il parco, i boschi di caccia e un intero borgo. L’autore di tutto ciò è Amedeo di Castellamonte. La persona che ha commissionato questo ben di Dio è stato Carlo Emanuele II a metà del Seicento. Insomma ne voleva di spazio per conquistare il bottino!  E dato che la modestia e la perseveranza non gli mancavano, ha persino comprato ben due paesi per la realizzazione: Altesano Superiore e Inferiore.

Ci sono tantissimi cose da vedere! Per darti un’idea, la Venaria conta 80.000 metri quadri di edificio monumentale e 60 ettari di giardino, per non parlare dei beni adiacenti: il seicentesco Centro Storico di Venaria e 3.000 ettari recintati del Parco La Mandria. Non ti sorprendere se nel 1937 Vittorio Emanuele III le concesse addirittura il titolo di “città”.

Tuttavia da qualche parte si dovrà iniziare, quindi senza altri indugi dirigiamoci verso la Reggia. Entriamo nell’edificio e visitiamo la più alta espressione del barocco universale: la Sala di Diana. L’architetto Amedeo di Castellamonte ha ideato questo salone al centro della Reggia con a est il Borgo Cittadino mentre a ovest i giardini: un connubio perfetto di bellezza paesaggistica e decorativa. 

I meravigliosi affreschi della Sala Diana dipinti da Jan Miel

Se alzi la testa, il nostro sguardo estasiato si poserà sul soffitto. Numerosi affreschi e ricchi stucchi rappresentano le gesta allegoriche della caccia di Jan Miel, dove prevale la scena in cui Giove dona a Diana “delle cacce il sommo impero”. Impossibile non notare i sette enormi ritratti equestri dei duchi e della corte e altre dieci tele a tema venatorio.

Procediamo nella nostra visita: ora potrai ammirare un capolavoro davvero instagrammabile! Molto probabilmente l’avrai visto sui social e, se così non fosse, ora scoprirai l’arcano. Sto parlando della Galleria Grande, gioiello dell’architettura di tutto il Settecento, firmato Filippo Juvarra e commissionato da Vittorio Amedeo II.
Ti mancherà il fiato per la sua armonia, le sue proporzioni ai nuovi spazi, i sontuosi decori, la sua simmetria e il pavimento a scacchiera. Il tuo occhio si perderà nelle grandi dimensioni della Galleria, un’altezza al centro di volta di circa 15 metri, per una lunghezza di circa 80 metri e una larghezza di 12 metri. 

Il fascino della Galleria Grande: un capolavoro di Filippo Juvarra

È uno degli ambienti più sorprendenti che collegava l’appartamento del re a quello dell’erede al trono. Guardati intorno per osservare le sontuose decorazioni, opera di Pietro Filippo Somasso, Giuseppe Bolina, Antonio Papa e Giovanni Battista San Bartolomeo.

Uscendo, ci dirigiamo alla Cappella di Sant’Uberto, protettore dei cacciatori, voluta da Vittorio Amedeo II, iniziata nel 1716 e finita nel 1729, sempre progettata da Juvarra. Ti accorgerai fin da subito che i giochi di luce renderanno uniche le fastose decorazioni che arricchiscono l’interno. Tra le tante cose da vedere della Cappella, primeggia l’altare maggiore, un’opera di Giovanni Baratta. È sviluppato in senso verticale collocato tra le due colonne centrali della conca realizzata dall’abside. I collegamenti della Cappella con la Reggia furono lasciati incompiuti da Juvarra. Carlo Emanuele III commissionò il termine dei lavori a Benedetto Alfieri che progettò il maestoso scalone monumentale che sale alle tribune della Cappella.

Concludiamo il nostro percorso e andiamo verso l’incantevole Teatro d’Acqua, nella corte d’onore. Protagonista è la Fontana del Cervo che si anima con le “danze” dei suoi 100 getti d’acqua alti fino a 9 metri, seguendo il ritmo di musiche antiche e contemporanee.

Dovresti perderti nell’immensa bellezza della Venaria Reale
Se le famiglie di Bridgerton facevano a gara, a suon di pettegolezzi e insidie, per ottenere l’invito al ballo dei novelli sposi Simon e Daphne, io ti posso tranquillamente invitare alla Nuit Royale: il ballo in maschera nella splendida residenza Sabauda. Per una notte, potrai rivivere come ai tempi di Vittorio Amedeo II, uomini con parrucconi dai mille boccoli e pantaloni sagomati fino al ginocchio. Per non parlare delle fanciulle con lussuosi vestiti di seta ricamati all’ultimo grido. 

A questi eventi così mondani si cerca di arrivare sempre in ottima forma, ma ad una certa, un languorino richiama la tua attenzione. Gli stuzzichini offerti al ballo saranno anche stati cucinati dai migliori chef della corte, ma le loro porzioni mignon non hanno di certo soddisfatto la mia pancia da buongustaia. Certo, non possiamo passare dal dolce al salato e viceversa, quindi meglio rimanere in tema. Ecco allora che ti svelo il segreto di Vittorio Amedeo II: sai perchè non ha toccato tutta sera quei soffici panini dolci? Devi sapere che all’età di 13 anni ha avuto una brutta esperienza con la mollica di pane e non ne ha più voluto sapere.

Ma come ogni piemontese che si rispetti, anche lui era un carbo lovers e amava concludere il suo pasto con una gustosa “scarpetta”! Per fortuna che il panettiere di corte, Antonio Brunero, ebbe un colpo di genio e si inventò i “ghersin”, ossia i grissini: lunghi bastoncini di pane, friabili e facilmente digeribili. Lo so, non ti aspettavi che un prodotto così semplice avesse una storia così nobile e lontana. Le ricette si perdono nel tempo ma se ancora oggi possiamo assaggiare la versione storica dei grissini, lo dobbiamo a Brusa, storico panificio di Biella. Infatti, i suoi grissini piemontesi all’acqua sono cullati da una lenta lievitazione e stirati rigorosamente a mano. 

Per placare definitivamente la nostra fame, viziamoci un po’ e gustiamo questa prelibatezza avvolta in una succulente fetta di Cuor filetto pancettato di Divin Porcello.

– Alla prossima, With love!
Jacqueline